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Talità kum. La pratica filosofica nella società liquida di Rino Finamore

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Talità kum. La pratica filosofica nella società liquida

Autore: Rino Finamore

Formato 15x21cm

128 pagine con rilegatura cucita in filo refe

Copertina con alette

isbn: 9788890000096

Prima edizione: maggio 2017

197 disponibili

COD: 9788890000096 Categorie: , ,

Descrizione

Talità kum. La pratica filosofica nella società liquida di Rino Finamore

Formato 15x21cm

128 pagine con rilegatura cucita in filo refe

Copertina con alette

isbn: 9788890000096

Prima edizione: maggio 2017

Prefazione di Francesco Bellino
La filosofia nasce dalla meraviglia, come ci ha indicato Aristotele.
Chi pratica la filosofia pratica anche lo stupore. Ci si stupisce di
fronte alla natura, alla nascita di un fiore, al tramonto del sole, alla
bellezza, alla vita, al dolore, alla morte, all’imprevisto, al mistero.
Rilke si rammaricava di non essere riuscito a esprimere tutto il suo
stupore che gli uomini abbiano consuetudine con la vita e la morte
(e non parliamo di Dio) e stiano ancora oggi (e per quanto tempo
ancora?) di fronte a questi primi, più immediati, anzi precisamente
unici compiti (che altro abbiamo a fare?) così sprovvisti, come
novellini, tra sgomento ed elusione, così miserabili.
Voglio morire della mia morte, non della morte dei medici, ha
ammonito il poeta Rilke. Il libro del filosofo Rino Finamore è un
esempio concreto e vissuto di pratica filosofica.
Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto, ha scritto
Fernando Pessoa. Intensità del vissuto e intensità del pensiero
procedono parallelamente e si alimentano in queste pagine
profonde e coinvolgenti.
L’amore per la sorella Margherita, affetta da leucemia, spinge
Finamore a donare il proprio midollo osseo. Non ho donato cellule
staminali ma essenza d’amore, tra me e mia sorella c’è stato un travaso
d’anima, le ho dato un frammento di vita! Con tutta onestà, non sono
mai riuscito a credere che ci fosse un qualche senso, nella vita, oltre
a quello che scegliamo individualmente di dare alla nostra. In quei
giorni però ho iniziato a pensare che potessi sbagliarmi. Per la prima
volta ho avvertito la presenza di qualcosa di incomparabilmente più
grande di me e dell’umanità tutta, di un Dio in cui quelli tra noi che
sono bravi in prove ma scarsi in rivelazione e bravi a sperare ma scarsi
di fede possono credere. Durante l’atto donante avverti la sensazione
che la tua anima trasmigra, ti senti leggero. Man mano che passano le
ore, la testa si svuota, il corpo inerme soggiace su di un bianco lenzuolo
e con un filo di voce, hai la forza di rispondere al camice bianco che va
tutto bene, di non fermarsi, fino a quando non ottiene quello che serve:
un frammento di vita! Dopo più di sei interminabili ore, ho la forza
di alzare gli occhi e vedere la vita in una sacca: sono le mie staminali.
Più di sei ore di dolore lento e persistente ma come dice Platone per
bocca di Fedro per chi intraprende cose belle è bello soffrire, qualsiasi
cosa gli tocchi.
Diverse le tematiche toccate e argomentate con l’acume del pensiero
filosofico: la vita, la scelta, la malattia, l’abnegazione verso l’altro, la
donazione ed infine la morte.
La morte in particolare non è per forza una catastrofe, come per la
maggior parte dell’occidente, soprattutto se sappiamo affrontarla
bene. È parte naturale del ciclo vitale e tocca a ciascuno di noi,
come insegna la parabola buddista del “seme di senape”. Questa
vita terrena è solo una breve tappa nel percorso verso la vita eterna.
Il nostro compito quaggiù è quello di prepararci alla vita nell’aldilà.
Come per Platone, la vita e la filosofia sono esercizi di morte. Se
l’anima è prigioniera dentro il corpo, ogni nostro sforzo sarà rivolto
a lasciare la terra per far ritorno al divino. La morte è vita vera.
Quando una persona muore, si dissolve l’esserci, ma resta la sua
essenza. L’essenza non si dissolve, perché appartiene a entrambi i
mondi, quello terreno e quello eterno.
Una vita piena di senso è una vita che partecipa a qualcosa più grande
di noi e quanto più grande è questo qualcosa tanto più senso hanno le
nostre vite.
La filosofia di Finamore trova il coronamento e fondamento ultimo
nella fede Cristiana.

Postfazione di Saverio Omar Ciccimarra

Fu il filosofo esistenzialista Emil Cioran a scrivere che “ …esistono
persone che si rimpiange di incontrare troppo raramente nella vita
e che si vorrebbe poter capire o almeno intuire”; ebbene, uno di
questi è Rino Finamore che oggi dona alla Comunità delle Lettere
e a tutti noi, un saggio, non solo profondamente commovente per
la storia che descrive, ma anche pieno di riflessioni per le citazioni,
soprattutto bibliche e filosofiche, che affiancano la narrazione.
Nel libro viene narrato il calvario di Margherita, morta di leucemia
pochi anni fa. Dall’inizio alla fine, viene descritto un percorso dove
l’elemento principale non è il dolore, ma la speranza. È la speranza
il filo conduttore di questa storia, perché pagina dopo pagina, si è
sempre più convinti che ci sarà il miracolo per Margherita: tornare
alla vita di sempre!
Leggendo il libro ciò che più impressiona è il tono della scrittura;
un tono che mai cede il passo alla rabbia e al rancore, vi è sempre
una fedele descrizione degli eventi che interiorizza il dolore, senza
però riuscire a spiegare il perché di tanta sofferenza.
Margherita, nonostante il progressivo peggioramento delle
sue condizioni fisiche, non ha mai avuto paura della morte.
L’accettazione dignitosa del suo dolore è un esempio di nobiltà
d’animo e forza interiore; una testimonianza necessaria per capire
i veri valori della nostra esistenza. Riflettendo sugli ultimi giorni,
l’autore scrive: “Margherita non si è sottratta al richiamo della
morte anzi, ha saputo con semplicità, riempire di significato parole
120
che altrimenti sarebbero rimaste spaventosamente vuote quando ha
accolto il dono della Leucemia e l’ha fatto suo”.
Margherita partì per il suo viaggio senza ritorno: “Il Signore la
prese per mano e le disse Talità Kum, alzati fanciulla! E Margherita
rispose: La vita è il dono più prezioso e anche quando è difficile
andare avanti val sempre la pena di essere vissuta”.

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