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Matera. Immagini del tempo / Matera. Images through space and time di Peter Strebel e Roberto Mutti, isbn 9788885564008

38,00

Matera. Immagini del tempo / Matera. Images through space and time di Peter Strebel e Roberto Mutti
isbn 9788885564008
144 pagine formato 28,6×28,6cm
copertina cartonata

900 disponibili

Descrizione

Matera. Immagini del tempo / Matera. Images through space and time di Peter Strebel e Roberto Mutti
isbn 9788885564008

144 pagine formato 28,6×28,6cm
copertina cartonata

115 fotografie tra i Sassi di Matera del fotografo finlandese Peter Strebel

IL LABIRINTO INASPETTATO di Roberto Mutti

“Fare fotografie è una questione personale; quando non lo è, i risultati non sono convincenti” (Robert Adams).

…le fotografie di Peter Strebel: il suo lavoro si inserisce a pieno titolo in un filone che ha nobili ascendenti capaci anche di teorizzarne con lucidità la poetica, tanto è vero che le parole di Nègre sopra citate potrebbero ancora oggi fungere da guida per chi si avventura in questi percorsi.

Perché in effetti se una fotografia di paesaggio può a un primo sguardo apparire come una mera rappresentazione dei luoghi, a una più attenta valutazione rivela molto più di quanto apparisse: una fortissima dimensione privata. Non bisogna mai dimenticarsi che chi inquadra – decidendo così che cosa includere e cosa escludere in modo definitivo dall’immagine – è sempre un soggetto che più o meno volontariamente lascia una forte traccia di sé nel privilegiare i particolari o la visione d’assieme, il segreto dell’ombra o lo spiazzamento del controluce. Tutte scelte che generano una precisa e riconoscibile dimensione estetica. Siamo agli antipodi dell’oggettività del pur affascinante ”inconscio tecnologico” teorizzato da Franco Vaccari perché Peter Strebel usa la fotocamera come uno strumento consapevolmente finalizzato a una visione marcatamente soggettiva dove l’aspetto emotivo assume un ruolo centrale. E’ una sottolineatura necessaria da parte di chi sa benissimo dell’esistenza di uno scarto spesso molto marcato fra il paesaggio come l’abbiamo visto e, per così dire, respirato e quello che comparirà poi nel riquadro del fotogramma. Tanto più questa sarà deludente e percepita come non abbastanza corrispondente alla realtà, tanto più lo sarà perché generata da una mancata scelta personale. E questa è la ragione per cui la ricerca svolta da Strebel appare immediatamente così bella nella sua autenticità. Sa benissimo che i Sassi che ha cominciato a fotografare nel 1981 appartengono a quella ristretta cerchia di luoghi italiani – Scanno in Abruzzo, per citarne uno – scelti da molti fotografi come palestra ideale con cui confrontarsi. Questa è probabilmente la ragione inconscia per cui i suoi lavori si distinguono piuttosto nettamente da quelli che lo hanno preceduto su queste terre: dalle visioni antropologiche di Arturo Zavattini, figlio di Cesare, arrivato nel 1952 al seguito della spedizione etnoantropologica di Ernesto De Martino come dalle riprese reportagistiche di Henri Cartier-Bresson che, dopo il primo viaggio del 1951 compiuto in compagnia di Rocco Mazzarone, medico meridionalista ma anche fotografo, è tornato nel 1973 nella zona del Basento per dar vita a un libro, “La Basilicata”, dove si alternavano volti antichi, schiene piegate al lavoro e scale che si inerpicavano ardite. Anche rispetto alle ricerche di Mimmo Castellano, autore di un libro raffinatissimo come “Paese lucano” (1961), a quelle del Francesco Radino di “Italia di Lucania” (1981) e alle molte indagini di Mario Cresci, che a Matera alla fine degli anni Sessanta aveva a lungo lavorato anche come grafico, Peter Strebel sa distinguersi per una visione impregnata di un che di magico. Certo, sono quelle pietre, quegli anfratti, quei muri obbligano a fare i conti con gli elementi ancestrali di una cultura antica, quella che Pier Paolo Pasolini aveva intuito ed evocato nelle riprese scabre attraversate dal silenzio che facevano da ambientazione al suo “Vangelo secondo Matteo”. Sono spesso coloro che provengono da lontano a cogliere quel sentore di grandiosità pagana che si respira nei Sassi, forse perché per entrare in sintonia con questo imponente luogo bisogna prima poterne prendere le distanze. Il fotografo finlandese individua subito nella forza della luce il filo conduttore che per un verso caratterizzerà tutte le sue fotografie e dall’altra lo guiderà in un viaggio solitario che inizia con una grande ripresa d’assieme, quella con cui si apre il libro, che trasmette con immediatezza il senso epico dell’impresa. Lo sguardo tenta di distinguere il serpeggiare delle vie, l’alternasi delle facciate, l’andamento ondeggiate dei tetti ma poi si perde in un insieme dove tutto si fonde e confonde come in una sfida sottintesa e mai dichiarata: ora, di fronte a tutto ciò, quale delle tante strade si dovranno imboccare, percorrere, seguire? Che cosa succederà di fronte a un bivio, a un sentiero che conduce a un vicolo chiuso, a un altro che si apre sul nulla? Il fotografo si avvicina in leggera salita poi, rapidamente, ci pone di fronte alla sua scelta ed entra all’interno degli spazi abitativi. Accanto alla luce, l’altro elemento che utilizza come polo dialettico è il vuoto. Perché la luce lo riempie e perché il vuoto la accoglie…

… Come spesso succede quando ci si allontana, la nostalgia gioca strani scherzi e il rischio della retorica è in agguato. Peter Strebel, però, sa come evitarla lasciando che il passato non impedisca al presente di emergere con inaspettata potenza. Cosa che fa da subito con l’ombra di una lampada di strada proiettata sulla facciata di una casa che, lo si intuisce subito, ha ripreso a vivere come ribadito dal vaso di fiori che pende, appeso nel vuoto e dalle immagini incorniciate che la decorano. Non occorre aspettare la presenza dei componenti di una processione per capire che tutto, trent’anni dopo, è profondamente cambiato: il legno delle vecchie porte riluce di una nuova vitalità, dal vetro delle finestre che qualcuno ha reso brillante arrivano le immagini di una pianta invasata, cappelle votive che prima sembravano scomparse ora tornano ad essere visibili, persino un vecchio secchio, una brocca  poggiata su un tavolo di legno, una catinella usata un tempo per lavarsi non sembrano abbandonate ma messe lì con cura per consentire di realizzare degli eleganti still life. Ora gli uomini sono tornati e non lo si capisce solo dall’ombra che si allunga sul pavimento levigato della soglia di una casa ma anche di una nuova cura che fa risplendere di una luce nuova i muri, gli archi, l’acciottolato delle strade. Perfino le scale ora sembrano avere un senso perché, collegando piani diversi, riacquistano la razionalità per cui erano state pensate. Certo, il ritorno degli uomini porta con sé non solo la poesia (la coppia abbraccia sotto la luce di un lampione è una citazione delle migliori immagini di questo tipo rese indimenticabili dalla phorographie humaniste francese) ma anche gli aspetti meno gradevoli della contemporaneità come dimostrano le tag che imbrattano i  muri o i modesti murales troppo pretenziosi per confrontarsi con l’autentica bellezza dell’antica architettura spontanea che qui dà la sensazione di esserci da sempre. Infine, cala la notte: la luce di lampioni si spande liquida, rende lucida la strada, dà spessore agli angoli più caratteristici,si sofferma sugli alberi che decorano i cortili, si sorprende di fronte a un carretto e una bicicletta abbandonati l’uno accanto all’altra, trasforma uno slargo su cui si affacciano due strade in un set dotato di una tridimensionalità spettacolare. Come all’inizio di questo viaggio, ora il fotografo volge di nuovo uno sguardo d’assieme alla “sua” Matera  che le luci notturne fanno risplendere sul nero assoluto dello sfondo. Là si stende immutato l’intrico del labirinto ma ora lì dentro forse è possibile trovare la strada per uscirne e così la soddisfazione per voltarsi indietro contenti di averlo percorso.

 

Roberto Mutti

Informazioni aggiuntive

Dimensioni 286 × 2 × 286 cm

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